Resistenza antibiotica: allarme urgente, senza azioni rischio nuova pandemia

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Entro il 2050 le morti legate alla resistenza agli antimicrobici potrebbero crescere in modo drammatico se non si interviene subito: allarme lanciato da esperti italiani che chiedono fondi certi e misure concrete. La questione non è teorica: impatta salute pubblica, bilanci sanitari e persino la sicurezza alimentare e ambientale.

Un bilancio che fa paura

Secondo proiezioni recenti, dopo i oltre 4,7 milioni di decessi stimati nel 2021, il numero di morti attribuibili alla resistenza antimicrobica potrebbe avvicinarsi ai 39 milioni entro il 2050. In Europa si contano ogni anno decine di migliaia di vittime: le stime parlano di circa 35.000 morti, di cui quasi un terzo nel nostro Paese.

Grafico che mostra l'incremento delle morti legate alla resistenza antimicrobica
Proiezioni sul numero di decessi attribuibili alla resistenza antimicrobica entro il 2050.

I costi economici sono consistenti: per l’area Ue e lo Spazio economico europeo si arriva a quasi 11,7 miliardi di euro l’anno, mentre valutazioni globali collocano l’impatto economico futuro fino a oltre 400 miliardi di dollari entro metà secolo.

La richiesta di investimenti mirati

Pierangelo Clerici, presidente dell’Associazione microbiologi clinici italiani (Amcli), ha richiamato l’attenzione durante un congresso internazionale e in un’intervista con Adnkronos: servono finanziamenti vincolati all’introduzione capillare di strumenti diagnostici moderni sul territorio. Senza test rapidi e affidabili, spiegano gli esperti, la terapia resta empirica e aumenta il rischio di terapie inutili o inefficaci.

Già nella legge di bilancio precedente erano stati previsti fondi per la prevenzione collettiva e la sanità pubblica (circa 485 milioni nel 2026), con riferimenti a programmi per test diagnostici rapidi. Ma, avverte Clerici, parte delle risorse annunciate — incluso un importo di circa 160 milioni destinato alle Regioni — non risulta ancora effettivamente erogato o vincolato alla diagnostica microbiologica.

Perché la manovra conta

In vista della prossima Legge di Bilancio, gli esperti chiedono che i finanziamenti siano esplicitamente destinati alla diagnostica innovativa, con importi e tempistiche chiaramente definiti. Questo è ritenuto fondamentale anche per dare concreta attuazione al nuovo Pncar (Piano nazionale di contrasto all’antibiotico-resistenza 2027-2031), la cui partenza è prevista per il prossimo anno ma resta ancora in fase di definizione.

Diagnostica sul territorio: cosa serve

Un problema pratico emerge nella medicina di base: in molti casi si prescrive un antibiotico senza alcun test microbiologico. Esistono invece tecnologie Point-of-Care (PoC) in grado di identificare in meno di un’ora il patogeno e il suo profilo di sensibilità. La proposta è trasferire questi strumenti alle Case di comunità e ai poliambulatori decentrati, con controllo qualità e supervisione da parte dei laboratori ospedalieri.

Dispositivo diagnostico Point-of-Care su un tavolo di ambulatorio
Esempi di tecnologie PoC che possono identificare patogeni e profili di sensibilità in meno di un’ora.

Un investimento mirato non significherebbe distribuirli alle farmacie, ma potenziare i servizi territoriali con formazione, controlli e collegamento alla rete laboratoristica pubblica.

One Health: collegare ambiente, animali e persone

Gli specialisti sottolineano che la sfida non è soltanto clinica: la resistenza va affrontata con una prospettiva integrata, la cosiddetta One Health, che include aspetti ambientali e climatici. La pressione selettiva che favorisce ceppi resistenti oggi passa spesso attraverso l’ambiente, non solo dall’uso di antibiotici in ospedale o in allevamento.

Contrastare l’inquinamento e il cambiamento climatico diventa quindi parte della strategia per frenare l’espansione delle resistenze batteriche.

Il ruolo del clima e dell’acqua

Studi recenti collegano l’aumento delle temperature globali a un incremento della resistenza: ogni grado in più è stato associato a un aumento percentuale delle resistenze in alcuni batteri. L’aumento delle temperature e la progressiva riduzione delle risorse idriche favoriscono la concentrazione di microrganismi in ristagni d’acqua, ambienti in cui i batteri possono scambiarsi geni di resistenza e proliferare più facilmente.

Ricerca pubblicata su riviste scientifiche internazionali ha mostrato come la minore disponibilità d’acqua e la presenza di composti naturali nel suolo possano amplificare la selezione di ceppi resistenti.

Alimenti e filiere: una via di trasmissione reale

La catena alimentare è un altro canale di diffusione: carne, latte, uova, pollame, pesce e prodotti vegetali possono veicolare batteri resistenti, specialmente in contesti dove l’uso di antibiotici in zootecnia è intensivo. Residui chimici possono persistere negli alimenti, mentre contaminazioni durante la lavorazione diffondono microrganismi che non vengono eliminati se il prodotto è consumato crudo.

Le colture irrigate con acque contaminate o fertilizzate con letame sono particolarmente vulnerabili: insalate e verdure a foglia, spesso consumate crude, rappresentano un rischio maggiore.

Cosa può fare il sistema sanitario

Le misure proposte dagli esperti sono concrete e puntano a tre assi principali: finanziare e vincolare l’acquisto di diagnostica rapida sul territorio, integrare questa rete con i laboratori ospedalieri per la qualità, e inserire politiche ambientali nel piano di contrasto alla resistenza. Senza questi passaggi, avvertono, il fenomeno continuerà a crescere, con impatti sanitari ed economici sempre più gravi.

La posta in gioco è chiara: ridurre gli errori prescrittivi, mettere in condizione i medici territoriali di scegliere terapie mirate e contenere la diffusione di ceppi resistenti che rischiano di trasformare infezioni curabili in problemi cronici e letali.

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