Caffè potenzia il microbiota intestinale: crescita di un batterio protettivo

Mostra sommario Nascondi sommario

Una ricerca su oltre 28.000 persone e un libro recente del genetista Tim Spector mettono sotto i riflettori un legame inaspettato: il caffè sembra favorire un batterio intestinale che produce una molecola dall’azione protettiva. Perché conta oggi? Perché questa scoperta apre nuove piste su infiammazione, metabolismo e possibili benefici a lungo termine legati al microbiota.

Gli autori hanno individuato una specie microbica, il Lawsonibacter, molto più abbondante tra chi consuma caffè: livelli fino a quattro-otto volte superiori rispetto ai non consumatori. La presenza di questo microrganismo era così caratteristica da poter predire, con buona approssimazione, l’abitudine al consumo di caffè (Nature Microbiology, 2024).

Che cosa produce e perché è importante

Il valore centrale di questo batterio è la produzione di butirrato, un acido grasso a catena corta studiato da anni per i suoi effetti sulla salute intestinale (International Journal of Systematic and Evolutionary Microbiology, 2018). Il butirrato è la principale fonte energetica per le cellule della mucosa colica: le mantiene integre e riduce il rischio che sostanze nocive e agenti patogeni passino nel circolo sanguigno.

Oltre alla funzione barriera, il butirrato esercita azione antinfiammatoria, modula la risposta immunitaria locale e influisce sulla sensibilità all’insulina, con possibili ricadute sul controllo del peso e sul metabolismo.

Non è tutta colpa della caffeina

Un elemento interessante dello studio è che anche il caffè decaffeinato favorisce la crescita del Lawsonibacter. Questo suggerisce che la componente utile non sia la caffeina ma altre molecole contenute nella bevanda, in particolare i polifenoli — come derivati degli acidi caffeico e chinico — noti per la loro interazione con il microbiota.

Va però chiarito: il caffè non sostituisce gli alimenti ricchi di fibre. Verdure, legumi e frutta restano la fonte principale per sostenere una flora batterica equilibrata.

  • Pratiche consigliate: consumare caffè con moderazione e inserirlo in una dieta varia e ricca di fibre;
  • Opzione decaffeinata: utile per chi evita la caffeina ma vuole comunque beneficiare dei polifenoli;
  • Non aspettarsi miracoli: il beneficio potenziale è legato a una singola specie microbica, non a un effetto sostitutivo rispetto a frutta e verdura;
  • Contesto clinico: persone con patologie specifiche o terapie in corso dovrebbero consultare un medico prima di aumentare il consumo di caffè.

Dal punto di vista scientifico la scoperta è interessante perché collega una abitudine quotidiana a cambiamenti misurabili nel microbioma umano e mette in luce come fattori dietetici possano modulare funzioni biologiche rilevanti per la salute sistemica.

Resta però da chiarire la causalità e i meccanismi: gli studi osservazionali indicano associazioni robuste, ma servono esperimenti controllati per dimostrare che l’aumento di Lawsonibacter e la produzione di butirrato siano direttamente responsabili dei benefici ipotizzati.

Un altro dato da considerare: il Lawsonibacter non è presente nei neonati e sembra diffondersi nella popolazione adulta in modi ancora non del tutto spiegati. Questo apre interrogativi su come stili di vita e contesti sociali influenzino la trasmissione e la composizione microbica collettiva.

In chiusura, la revisione scientifica del pezzo è a cura di Maria Rescigno, direttore scientifico del Centro di Medicina Molecolare di Vienna e docente di Patologia generale presso Humanitas University, Milano. Per i lettori la sintesi è chiara: il caffè può contribuire a un microbiota più ricco di certe specie beneficiarie, ma non va considerato un sostituto delle buone pratiche alimentari.

Dai il tuo feedback

★★★★★

Sii il primo a votare questo post
o lascia una recensione dettagliata



D come Dieta è un media indipendente. Sostienici aggiungendoci ai preferiti di Google News:

Pubblica un commento

Pubblica un commento