6 milioni di italiani senza cure: Legacoop chiede rilancio dei servizi territoriali

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Secondo Legacoop, sono circa 6 milioni gli italiani che rinunciano a visitare un medico o a curarsi: un fenomeno che, se confermato, collega direttamente carenze strutturali del sistema sanitario con tensioni sociali ed economiche crescenti. Per l’associazione cooperativa la partita si gioca sul territorio: potenziare la rete locale è la leva principale per ridurre liste d’attesa, costi e diseguaglianze.

Cosa segnala Legacoop

Nel comunicato diffuso il 6 maggio Legacoop sottolinea un aumento delle difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie, attribuendolo a fattori diversi: sovraccarico degli ospedali, tagli al personale di medicina generale, e una diffusione insufficiente di servizi sul territorio. Il risultato, avvertono le cooperative, è che molte persone rimandano o rinunciano a esami e terapie.

Questa rinuncia non riguarda solo casi isolati: interessa soprattutto chi ha redditi bassi, chi vive in aree rurali o marginali, e i pazienti cronici che necessitano di continuità assistenziale. Il mancato accesso aumenta il rischio di ricoveri urgenti e di peggioramento clinico, con costi maggiori per il sistema pubblico nel medio periodo.

Perché è urgente intervenire

Il problema è attuale perché si somma a ritardi accumulati durante la pandemia e a una domanda sanitaria in crescita per l’invecchiamento della popolazione. Ripartire dal territorio significa agire dove avviene la maggior parte della cura quotidiana: ambulatori, cure domiciliari, servizi integrati tra sanitario e sociale.

Rafforzare la sanità territoriale non solo alleggerirebbe gli ospedali, ma migliorerebbe la prevenzione e la gestione delle malattie croniche. Interventi mirati possono ridurre le liste d’attesa e abbassare la spesa out-of-pocket per i cittadini, limitando l’accesso a percorsi più costosi come il pronto soccorso.

Le proposte pratiche delle cooperative

Legacoop propone un ruolo attivo delle cooperative nella progettazione e gestione di servizi sanitari locali. Tra le misure indicate ci sono il potenziamento dei servizi di medicina di base, l’estensione dell’assistenza domiciliare e un maggiore coordinamento tra sanità e servizi sociali per i soggetti fragili.

Si parla anche di digitalizzazione mirata — non solo telemedicina generale, ma piattaforme che facilitino il triage, la prenotazione e la continuità delle cure — e di investimenti nella formazione del personale, per colmare i vuoti di organico nelle aree periferiche.

Le cooperative mettono inoltre l’accento su modelli partecipativi: coinvolgere comunità locali, associazioni e amministrazioni per costruire servizi adatti ai bisogni territoriali e sostenibili nel tempo.

Implicazioni per i cittadini e per le istituzioni

Per i pazienti significa minori barriere all’accesso e interventi più vicini al luogo in cui vivono: meno spostamenti, tempi più brevi per le cure e follow-up più costanti. Per le istituzioni pubbliche il modello suggerisce una riallocazione delle risorse, con investimenti iniziali nella rete territoriale che potrebbero tradursi in risparmi e migliori esiti sanitari a medio-lungo termine.

Resta cruciale il tema dei finanziamenti: senza stanziamenti mirati e regole chiare per la collaborazione pubblico-privato non sarà possibile tradurre le proposte in risultati concreti. Anche la governance regionale e locale giocherà un ruolo decisivo nelle scelte di implementazione.

In sintesi, la denuncia di Legacoop rilancia un dibattito che riguarda salute, equità e sostenibilità del sistema: per fermare la fuga dalle cure, suggerisce, bisogna ricostruire una rete territoriale efficace e capillare, con le cooperative come possibili alleate operative.

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