Arfid: segnali chiave per non confonderlo con bulimia e anoressia

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Negli ultimi anni i medici riconoscono sempre più spesso un disturbo alimentare poco noto: si chiama ARFID e può condizionare gravemente crescita, salute e relazioni sociali di bambini e giovani. È importante saperlo identificare presto perché, se trascurato, il problema tende a cronicizzarsi e può richiedere cure complesse.

Secondo la psichiatra Laura Dalla Ragione, referente regionale per questi disturbi, l’ARFID — acronimo inglese di Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder — si manifesta con una selettività estrema degli alimenti: molti pazienti accettano meno di dieci cibi e rifiutano tutto ciò che non rientra nella loro lista.

Che cosa lo distingue dagli altri disturbi

L’elemento centrale che differenzia l’ARFID dall’anoressia o dalla bulimia è la motivazione: qui non c’è una preoccupazione per il peso o una distorsione dell’immagine corporea.

La paura principale è collegata al cibo in sé — timore di soffocare, di non digerire o di avere reazioni fisiche spiacevoli — e la selezione avviene spesso in base a caratteristiche sensoriali come colore, consistenza, odore o temperatura dell’alimento. Per questo, una persona può limitarsi a cibi «morbidi» o a un solo colore di pietanze.

Chi colpisce e perché conta oggi

Il disturbo è più frequente nei bambini tra i sei e i dieci anni, con una prevalenza tra i maschi, ma non è limitato all’infanzia: grazie a una maggiore capacità diagnostica sempre più adolescenti e giovani adulti arrivano alle cliniche con ARFID. In alcuni casi si tratta di una condizione che persiste da quando erano piccoli; in altri, l’esordio è tardivo e può essere particolarmente severo.

La rilevanza pubblica cresce perché le ricadute sulla salute fisica e sulla vita sociale possono essere gravi: deficit vitaminici, problemi cardiaci, alterazioni renali, ritardi nello sviluppo e ricoveri per nutrizione artificiale rientrano tra le possibili complicanze, oltre all’isolamento in occasioni conviviali.

Cause e fattori di rischio

Non esiste una singola causa. Tra i fattori che possono favorire l’insorgenza dell’ARFID ci sono:

  • esperienze traumatiche legate al cibo (per esempio un episodio di soffocamento);
  • eventi stressanti o conflitti familiari (separazioni, lutti, episodi di bullismo);
  • una componente genetica che aumenta la vulnerabilità individuale;
  • condizioni neurologiche o dello sviluppo come spettro autistico o ADHD;
  • patologie croniche connesse all’alimentazione, come celiachia o diabete di tipo 1.

Lo stile alimentare familiare gioca un ruolo determinante: forzare il bambino a mangiare ciò che non gradisce o organizzare pasti caotici e imprevedibili può accrescere l’ansia e favorire un disturbo selettivo.

I segnali da non sottovalutare

È normale che i bambini piccoli rifiutino occasionalmente nuovi alimenti, ma se la selettività persiste dopo i quattro anni bisogna valutare il quadro. Alcuni segnali d’allarme:

  • resistenza marcata o ansiosa di fronte a cibi nuovi;
  • impossibilità di partecipare a pasti collettivi o rifiuto di mangiare fuori casa;
  • preferenza ristretta a pochi alimenti e progressiva eliminazione di gruppi nutritivi;
  • presenza di sintomi fisici inspiegati o preoccupazioni ipocondriache legate al cibo.

Quando e come intervenire

L’ARFID è stato inserito nel DSM‑5 nel 2013: da allora la comunità clinica ha migliorato definizione e procedure diagnostiche, ma la cura richiede comunque un approccio specialistico e multidisciplinare.

La terapia prevede il coinvolgimento di più figure: psicologi, nutrizionisti, pediatri o medici internisti, neuropsichiatri infantili o psichiatri, e spesso altri specialisti a seconda delle complicanze. Coinvolgere la famiglia è essenziale per ristabilire abitudini alimentari serene e ridurre l’ansia attorno al pasto.

È utile sapere che molte persone con ARFID sono consapevoli del problema e desiderano risolverlo: per questo il supporto familiare, privo di giudizio e senza forzature, facilita l’accesso alle cure.

Dove rivolgersi

In Italia esiste una mappa dei centri specialistici pubblicata da Ministero della Salute e Istituto Superiore di Sanità; la piattaforma è raggiungibile all’indirizzo: piattaformadisturbialimentari.iss.it. Per informazioni e orientamento esistono anche numeri verdi locali: tra questi il servizio nazionale di supporto citato dall’esperta (800180969).

Consigli pratici per i pasti

Per ridurre la tensione durante i pasti e favorire progressi graduali, gli esperti raccomandano alcune strategie semplici ma efficaci:

  • stabilire orari e luoghi regolari per i pasti per creare routine rassicuranti;
  • coinvolgere il bambino nella preparazione dei cibi e nella mise en place della tavola;
  • proporre lo stesso menù per tutta la famiglia, evitando di cucinare piatti separati;
  • alterare gradualmente cibi accettati con piccole quantità di alimenti nuovi;
  • mostrare con l’esempio scelte alimentari calme e positive da parte dei genitori;
  • evitare atteggiamenti impositivi, ridurre l’ansia su quantità e qualità del cibo;
  • limitare distrazioni come televisione o dispositivi durante il pasto;
  • mantenere un approccio empatico e paziente, riconoscendo le difficoltà del bambino.

L’obiettivo non è solo ampliare la lista di cibi accettati, ma ricostruire un rapporto con il cibo che non sia basato sulla paura. Riconoscere i segnali e rivolgersi a centri specializzati può cambiare il decorso della condizione e migliorare la qualità di vita del paziente e della sua famiglia.

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