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I disturbi del comportamento alimentare stanno cambiando volto: sempre più spesso colpiscono giovani più piccoli e, rispetto al passato, aumentano i casi tra i maschi. Capire le nuove forme e intervenire subito è cruciale per ridurre rischi e complicanze.
Perché questo tema è urgente adesso
Negli ultimi anni i clinici osservano un aumento delle diagnosi e una trasformazione dei quadri clinici: non più solo anoressia o bulimia classiche, ma disturbi caratterizzati da perdita di controllo, evitamento o ossessioni legate al cibo. Questo mutamento ha ricadute dirette sulla prevenzione, sull’organizzazione dei servizi e sulle famiglie.
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Quali tipi di disturbi emergono
Secondo lo psichiatra e nutrizionista Stefano Erzegovesi, oggi dominano forme in cui il rapporto con il cibo è segnato da impulsività o da paure specifiche, anziché dal solo desiderio di magrezza.
- Binge eating: abbuffate ripetute senza comportamenti compensatori; spesso viene frainteso come semplice mancanza di volontà.
- ARFID (disturbo evitante/restrittivo): rifiuto del cibo per timore di soffocamento, per ipersensibilità a consistenze o sapori, o per scarso interesse verso il cibo.
- Bigorexia (o vigoressia): preoccupazione ossessiva per la muscolatura, più comune nei giovani uomini e associata al rischio di ricorso ad anabolizzanti.
- Ortoressia: attenzione estrema alla “purezza” degli alimenti che può condurre a carenze e malnutrizione.
Queste varianti possono richiedere percorsi diagnostici e terapeutici diversi rispetto ai disturbi alimentari classici, per questo è importante riconoscerle precocemente.
Segnali da non sottovalutare
Non tutti i segnali sono visibili a tavola: cambiamenti psicologici e comportamentali possono precedere quelli fisici.
- Ritiro sociale, aumento dell’irritabilità, sbalzi d’umore o difficoltà di concentrazione;
- Comportamenti a tavola: lentezza eccessiva, frazionare i bocconi, voler mangiare da soli;
- Ossessioni sulla forma corporea, cambiamenti persistenti del peso o modifiche nell’abbigliamento;
- Segni fisici come freddolosità costante o stanchezza prolungata.
Per i genitori: come parlare senza chiudere la comunicazione
Gli esperti suggeriscono approcci che riducano il tono accusatorio: frasi costruite sul proprio stato emotivo tendono a essere ricevute meglio rispetto alle parole che colpevolizzano. Un messaggio coerente e condiviso da entrambi i genitori risulta più efficace di osservazioni contraddittorie.
In pratica: esprimere preoccupazione personale (“vedo che sei cambiato e mi preoccupa”) invece di lanciare giudizi diretti; evitare minacce o allarmismi che chiudono il dialogo.
Cos’altro serve oltre le campagne di sensibilizzazione
Le iniziative informative hanno aumentato la consapevolezza, ma permangono due ostacoli culturali: la minimizzazione del problema come un capriccio adolescenziale e la convinzione che certi disturbi siano incurabili. Entrambe le idee rallentano l’investimento sanitario necessario per cure tempestive e multidisciplinari.
Secondo gli specialisti, è necessario che le istituzioni riconoscano la complessità di questi disturbi e finanzino percorsi integrati, analoghi a quelli previsti per malattie croniche complesse.
Piccolo vademecum: cosa fare se si sospetta un disturbo
- Cercare un confronto con un professionista (medico, psicologo o nutrizionista) senza aspettare che la situazione peggiori;
- Non colpevolizzare; favorire l’ascolto e il coinvolgimento del giovane nel percorso di cura;
- Se possibile, comunicare un fronte unito tra i familiari per trasmettere sostegno coerente;
- Informarsi su servizi territoriali e gruppi di supporto: la presa in carico precoce migliora i risultati.
La riduzione dell’età d’esordio è legata anche all’esposizione precoce a modelli corporei idealizzati sui social e alla commercializzazione di diete e integratori. Riconoscere il problema per tempo e agire con competenza può fare la differenza: per i ragazzi e per le loro famiglie, la rapidità nell’avviare cure multidisciplinari è oggi il fattore più importante per la prognosi.












