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Il 5 febbraio, Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, offre un’occasione concreta per guardare oltre i gesti simbolici: i numeri più recenti mostrano che lo spreco convive con povertà e cattiva alimentazione, e che servono politiche strutturali per cambiare rotta. Perché importa oggi: perché le rilevazioni più recenti evidenziano disuguaglianze profonde che incidono sulla salute e sul bilancio delle famiglie.
I dati pubblicati da Banca d’Italia, ISTAT e dall’ultimo Atlante della fame (Azione Contro la Fame, dicembre 2025) delineano uno scenario contraddittorio. In media ogni persona in Italia getta via oltre mezzo chilo di cibo alla settimana, ma dietro questa statistica si nascondono condizioni sociali e alimentari molto diverse.
Numeri e paradossi
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Da una parte, una quota molto ridotta della popolazione detiene una porzione sproporzionata della ricchezza: il 5% delle famiglie possiede quasi metà del patrimonio nazionale. Dall’altra, circa 6 milioni di persone — pari al 9,9% della popolazione — non possono permettersi un pasto contenente proteine ogni due giorni.
Questo divario spiega perché, pur avendo eccedenze in alcune aree della filiera, molte famiglie riducono la qualità dell’alimentazione: meno frutta e verdura, meno fonti proteiche, più prodotti processati e calorici perché spesso più economici e più accessibili. Il risultato è il sorprendente accoppiamento tra povertà alimentare e obesità che osserviamo anche in Italia.
Le risposte attuali non bastano
La legge Gadda del 2016 ha introdotto strumenti utili per il recupero delle eccedenze e la donazione a fini solidali, riducendo lo spreco e portando aiuto a molte persone in difficoltà. Tuttavia, l’esperienza sul campo mostra i limiti di un approccio basato sulle eccedenze.
Le donazioni spesso consistono in alimenti a lunga conservazione e non sempre coprono le necessità nutrizionali di chi è vulnerabile. Inoltre, il sistema di supporto resta condizionato dalla variabilità delle eccedenze: il cibo disponibile dipende più dalla fortuna del giorno che dall’effettiva garanzia di accesso.
Una storia che spiega il problema
Ramona (nome di fantasia) è arrivata giovane in Italia e aveva costruito una vita autonoma. Dopo una separazione e problemi lavorativi ha perso stabilità e casa: con una bambina piccola ha affrontato mesi contati, facendo scelte obbligate su cosa comprare e cosa mangiare. «Per un periodo ho vissuto di pasta semplice», racconta. Per lei il cibo ha smesso di essere solo nutrimento e ha assunto il peso della dignità perduta.
Grazie a un progetto che combinava aiuti alimentari, sostegno psicologico, formazione e inserimento lavorativo, Ramona ha ritrovato competenze e opportunità: oggi ha un lavoro stabile. La sua esperienza mostra che la lotta alla vulnerabilità alimentare funziona quando si interviene sulle cause, non solo sui sintomi.
Cosa serve, subito
Per trasformare la giornata del 5 febbraio in un impegno duraturo servono scelte politiche e investimenti mirati. Ecco alcune misure concrete che gli esperti indicano come prioritarie:
- Riconoscere il diritto al cibo nel quadro delle politiche sociali, garantendo accesso regolare a pasti adeguati e nutrienti.
- Rafforzare le politiche del lavoro: più occupazione stabile e salari adeguati riducono la vulnerabilità economica che porta all’insicurezza alimentare.
- Migliorare la qualità delle donazioni alimentari, promuovendo cibo nutrizionalmente valido e distribuzione pianificata.
- Investire in servizi di accompagnamento — formazione, riqualificazione e supporto psicologico — per chi esce dall’emergenza.
- Promuovere l’educazione alimentare e l’accesso a prodotti freschi tramite mercati sociali e incentivi alla filiera corta.
Queste scelte non eliminano lo spreco in una sola giornata, ma orientano il sistema verso soluzioni durature che riducano al contempo disuguaglianze e impatti ambientali.
Le conseguenze per chi legge
Ridurre gli sprechi resta importante a livello individuale — pianificare la spesa, conservare correttamente e valorizzare gli avanzi fanno la differenza — ma non basta. La sfida più ampia riguarda le scelte collettive: politiche fiscali, contrattuali e di welfare che riducano la precarietà e garantiscano una dieta di qualità a chi oggi non se la può permettere.
Se la Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare vuole avere un impatto reale, deve essere il punto di partenza per cambiare norme e investimenti, non un appuntamento simbolico. Solo così si potrà interrompere il circolo vizioso tra eccedenze sprecate e famiglie che rinunciano alla qualità del cibo.
Autore: Direttore generale di Azione Contro la Fame












