Dieta: 5 cambiamenti concreti dall’Istituto Superiore di Sanità per mangiare meglio oggi

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Negli ultimi quindici anni in Italia si è registrata una svolta alimentare che tocca la salute pubblica: sempre meno cibi di origine vegetale e un progressivo aumento di prodotti industriali pronti hanno ridotto l’aderenza alla tradizionale dieta mediterranea. La tendenza, rilevata da una recente analisi condotta da ricercatori del CREA e dell’Istituto Superiore di Sanità, ha ricadute concrete sulla qualità della dieta e sui fattori di rischio per malattie croniche.

Che cosa ha misurato lo studio

La ricerca ha confrontato i modelli alimentari raccolti tra il 2005-2006 e il 2018-2020 in due fasce di età (18-64 e 65-74 anni) e li ha valutati rispetto alle linee guida nazionali e alle raccomandazioni internazionali per una dieta sostenibile. Per sintetizzare la qualità dell’alimentazione sono stati impiegati indicatori come l’Indice di Aderenza alle Linee Guida Italiane (AIDGI) e l’indice WISH2.0; il consumo di alimenti ultra-processati (UPF) è stato preso come marcatore di scarsa qualità dietetica.

Risultato chiave: i punteggi medi si collocano intorno alla metà del massimo teorico, segnalando margini di miglioramento significativi ma anche un trend negativo nel tempo.

Trend principali e cosa cambia a tavola

Il dato più rilevante è l’aumento dell’apporto energetico derivante dagli UPF — snack dolci e salati, bibite zuccherate, piatti pronti e carni trasformate — che ora pesa molto più di quanto suggerirebbe il loro contributo in termini di peso totale degli alimenti consumati.

Parallelamente si osserva una riduzione del consumo di alimenti vegetali ricchi di nutrienti, in particolare legumi, frutta e verdura, mentre rimangono elevati i livelli di consumo di carne rossa e salumi. Questa combinazione allontana i modelli alimentari osservati dal modello della dieta mediterranea, tradizionalmente associato a esiti di salute migliori.

Chi mangia meglio — e chi peggio

Le abitudini non sono omogenee: gli over 65, soprattutto le donne, mostrano scelte più vicine alle raccomandazioni rispetto ai giovani e agli adulti nella fascia 18-64 anni. Negli anni la qualità della dieta è migliorata tra gli anziani mentre è peggiorata tra i più giovani.

Impatto energetico e peso degli ultra-processati

Indicatore Situazione osservata (2018-2020) Variazione rispetto al 2005-2006
AIDGI / WISH2.0 Intorno al 50% del punteggio massimo Leggera diminuzione dell’aderenza complessiva
Percentuale in peso di UPF Circa 6% del peso totale Incremento del contributo energetico rispetto al periodo precedente
Contributo energetico degli UPF Circa 23% dell’energia giornaliera Quasi raddoppiato nel periodo studiato

Perché la questione è urgente

Un’alimentazione meno ricca di alimenti vegetali e più dipendente da prodotti ultra-processati si associa a un aumento del rischio di malattie non trasmissibili — come diabete, malattie cardiovascolari e alcuni tumori — oltre a influire sulla gestione del peso. Per questo i cambiamenti osservati non sono solo statistica: hanno impatto diretto su salute, spesa sanitaria e qualità della vita della popolazione.

Le istituzioni coinvolte sottolineano che non tutti gli UPF sono equivalenti: alcune alternative industriali più recenti (ad esempio prodotti a base di cereali integrali o sostituti vegetali della carne) possono presentare profili nutrizionali meno dannosi rispetto a bibite zuccherate e snack molto ricchi di sale e grassi.

Consigli pratici dagli autori della ricerca

  • Preferire alimenti freschi e minimally processed: frutta, verdura, legumi e cereali integrali dovrebbero costituire la base dei pasti.
  • Leggere le etichette con attenzione: scegliere prodotti con meno zuccheri aggiunti, sale e additivi quando si opta per confezionati.
  • Usare i prodotti industriali con giudizio, senza trasformarli in sostituti abituali dei cibi freschi.
  • Ridurre progressivamente il consumo di bevande zuccherate e dolcificate, favorendo acqua o bevande non addizionate.
  • Non sottovalutare zuccheri, sale e grassi saturi anche in preparazioni tradizionali apparentemente “non processate”.

Per la salute pubblica gli autori auspicano strategie mirate: misure di informazione al consumatore, interventi sul sistema produttivo e politiche che favoriscano l’accesso a cibi freschi e nutrienti. A livello individuale, la raccomandazione è chiara: tornare a privilegiare alimenti di origine vegetale e limitare l’uso routinario di prodotti ultra-processati può ridurre rischi concreti nel medio-lungo termine.

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