Dimostrato che i grassi fanno male al cuore

E’ vero che i grassi fanno male al cuore?
Per anni la comunità scientifica si è divisa in due sul problema dei grassi nella dieta.

  1. Da una parte esiste ed è esistita la fazione che crede che i grassi portino a malattie cardiovascolari, e che si fonda dalla tesi di Ancel Keys, il padre della dieta mediterranea, per cui più colesterolo = più rischio per la salute.
  2. Da un’altra chi invece crede che i grassi non solo non vadano demonizzati ma che addirittura devono essere parte considerevole dell’apporto dietetico giornaliero, ma a scapito dei carboidrati, che invece sono i veri responsabili del rischio cardiovascolare.

Ognuna di queste fazioni è composta da medici, scienziati e ricercatori e ognuna porta studi a conferma di quello che dice.
E’ vero però che, dal punto di vista delle evidenze scientifiche, le popolazioni delle cosiddette zone Blu, ovvero le più longeve della Terra, hanno una cosa in comune: una dieta ricca di carboidrati ma molto povera di grassi. Per esempio i famosi abitanti dell’isola di Okinawa mangiano carboidrati per circa l’80% della loro dieta giornaliera.

Di recente, uno studio ha fatto luce sul legame tra i grassi e le malattie cardiovascolari, provando che forse i primi hanno davvero ragione. Lo studio ha dimostrato che i grassi fanno male al cuore.
Cerchiamo di capire il perché.

STUDIO DIMOSTRA CHE I GRASSI FANNO MALE AL CUORE

Lo studio, condotto dalla dottoressa Mariana Byndloss della Vanderbilt University Medical Center, è uno di quei pochi studi che portano avanti l’idea che l’obesità sia innanzitutto una questione “intestinale”. Ovvero è la variazione dei batteri intestinali a promuovere l’aumento del grasso corporeo e l’incremento di malattie metaboliche. Per quanto lo studio sia stato condotto su animali, le prove che la stessa cosa si verifichi nell’uomo sono forti.

Negli animali, maggiori grassi nella dieta mutano l’epitelio intestinale, infiammandolo e riducendo la capacità dei mitocondri delle cellule intestinali di generare energia.

Il risultato è che l’intestino a livello cellulare rilascia eccessive quantità di ossigeno e nitrato. Se ne avvantaggiano le classi di batteri anaerobi appartenenti agli “Enterobatteri” (tra cui l’Escherichia coli) che causano una produzione maggiore di TMA (trimetilammina), una tossina che è legata al rischio cardiovascolare secondo due ipotesi.

La controprova è che un farmaco di regola impiegato nelle malattie croniche intestinali, la mesalazina, se presa in combinazione con un probiotico, risanerebbe le cellule intestinali infiammate.
Ma la causa dell’infiammazione rimarrebbe una dieta troppo ricca di grassi.
E sarebbe questa a causare pressione alta, infiammazione delle cellule cardiache e rischio di arterosclerosi.

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