Che cos’è il reducetarianesimo?

Il reducetarianesimo diventerà, secondo gli esperti, una delle maggiori tendenze dietetiche dei prossimi anni.
Ma che cos’è il reducetarianesimo?

In questo sito se ne parla da anni, ma con un altro nome: dieta flexi o flexitariana, termine che deriva dall’inglese “flexitarian”.

Che cos’è il reducetarianesimo?

Il reducetarianesimo infatti altro non è che un obiettivo, più che una dieta vera e propria.

Significa infatti ridurre gli alimenti di origine animale dalla dieta, per introdurre un maggior consumo di alimenti plant-based, ovvero di origine vegetale.

sostituti carne
Cereali, verdura, frutta, dal lato dei carboidrati, ma anche legumi (che sono carboidrati, ricordiamolo, ma hanno una buona quota proteica e vengono così definiti “proteine vegetali”). Inoltre, sostituti della carne derivati da farine di legumi e glutine di frumento, altri sostituti della carne come il tofu, latte di tipo vegetale.

Questo obiettivo alla base del reducetarianesimo ha tre ragioni.

  1. Una prima ragione è etica.

    Ridurre il consumo di alimenti animali ridurrebbe anche il cosiddetto “carbon footprint” ovvero la carbonizzazione che influisce sul riscaldamento globale.
    Gli allevamenti intensivi andrebbero ridotti nell’ottica di un piano di de-carbonizzazione, ma non solo.

    Poiché, negli stessi, gli animali vengono nutriti a pastoni di cereali pur essendo erbivori.
    Questo porta a uno spreco di risorse alimentari da un lato, e dall’altro a un aumento della domanda per i cereali da monoculture, che alla lunga impoveriscono il suolo.

    La soluzione è quindi doppia.
    Da un lato, ridurre il consumo pro-capite di alimenti di origine animale riduce anche la domanda dei consumatori, e alla lunga l’offerta.

    In questo modo, arginiamo il fenomeno degli allevamenti intensivi per tornare a quello degli allevamenti locali, che dovrebbero tuttavia essere sostenuti a cellulose, fogliame, insetti, piante coriacee non adatte al consumo umano, di cui il suolo abbonda.
    Questa è la soluzione suggerita per esempio da un recente editoriale apparso sulla testata The Atlantic.

    L’altra soluzione è quella di affiancare alla riduzione degli allevamenti intensivi il recupero di aree disboscate: piantare più vegetali ci aiuterebbe a raffreddare la crosta terrestre.

  2. La seconda ragione è morale ed è quella più caldeggiata da vegani e vegetariani.

    Gli allevamenti intensivi portano a uno sfruttamento incontrollato di mammiferi destinati al consumo dell’uomo, che vivono tutta la loro vita in una cattività disumana e in condizioni terribili.

    salsa vegana

    Sta al singolo rinunciare al consumo di carne e altri prodotti animali, ma se questa scelta vi risultasse estrema, se tutti applicassimo il reducetarianesimo varrebbe il punto primo, si farebbe a livello di collettività un passo etico, che porterebbe alla riduzione della domanda.

  3. La terza ragione è di salute.

    Gli allevamenti intensivi non producono una carne di qualità, niente di ciò che è intensivo in realtà lo fa, perché la stessa cosa riguarda gli allevamenti dei pesci, la produzione lattiero-casearia eccetera.
    L’intensivo privilegia la quantità sulla quantità: ma ci farà bene mangiare tutta questa carne, soprattutto sotto forma di preparati industriali, salumi, formaggi di scarsa qualità, che derivano da latte in polvere?
    latte vegetale

Ecco, qualche dato l’abbiamo, ed è il caso di farsene una ragione. Pochissime persone consumano le parti più nutrienti dell’animale e scelgono animali allevati localmente o allevamenti bio.

Un salto in meno al fast-food farebbe bene anche alla nostra salute.
Se queste tre ragioni ti sembrano di buon senso, ecco alcuni suggerimenti per passare a una dieta reducetariana.

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